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Gli USA inaspriscono il “ban”, niente più chip per Huawei. Ma la società cinese ha già pronto il piano B

huawei kirin usa chip ban

Esattamente un anno dopo l’ormai celebre “ban” inflitto dagli Stati Uniti a Huawei, con l’inserimento dell’azienda cinese nella “black list” del Dipartimento del Commercio e il divieto per il produttore cinese di accedere alla sua catena di fornitura statunitense (inclusi i servizi mobili di Google), lo stesso Dipartimento del Commercio ha deciso di inasprire la restrizione, rendendo le cose molto più difficili per la società di Shenzhen.

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Come ormai ampiamente noto, gli Stati Uniti considerano Huawei una minaccia alla sicurezza nazionale a causa dei suoi presunti legami con il governo comunista cinese. Il timore è che i telefoni e le apparecchiature di rete di Huawei contengano “backdoor” che consentono all’azienda di raccogliere informazioni sui consumatori e sulle società americane e di inviarle ad un server a Pechino: ipotesi sempre smentita da Huawei e mai corroborata da prove a sostegno da parte degli USA.

Ora, l’agenzia di regolamentazione ha modificato una regola di esportazione costringendo le fonderie che utilizzano la tecnologia americana per produrre chip ad ottenere una licenza per spedire componenti a Huawei.

La principale fonderia indipendente al mondo, TSMC, non riesce infatti a spedire il chipset Kirin 9000 5nm a Huawei dalla metà del mese scorso. Secondo quanto riferito, su un ordine di 15 milioni di chip Kirin 9000, Huawei è riuscita ad ottenere solo 8,8 milioni di unità. Il Kirin 9000 alimenta la nuova serie di punta Mate 40 dell’azienda, il successore del telefono pieghevole Mate X e le stazioni base 5G che Huawei produce per le reti 5G che aiuta a costruire: basta questo per capire quanto la situazione sia grave per il colosso cinese.

Huawei ha cercato di aggirare le regole di esportazione degli Stati Uniti, ma anche la più grande fonderia cinese, Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC), non è di aiuto. Questo perché il nodo di processo più avanzato che può utilizzare per produrre chip è attualmente 14 nm. Il nuovo processo a 5 nm racchiude 171,3 milioni di transistor in un mm quadrato, decisamente superiore rispetto ai 43 milioni di transistor per mm quadrato trovati all’interno di chip prodotti utilizzando il nodo di processo a 14 nm. Inoltre, più transistor sono impiegati da un chip, più è potente ed efficiente dal punto di vista energetico.

Come già fatto in occasione della sostituzione dei servizi mobili di Google con il proprio ecosistema, Huawei farà nuovamente affidamento sull’unica azienda di cui ha scoperto di potersi fidare. Secondo il Financial Times (tramite Bloomberg), Huawei ha in programma di lavorare alle proprie strutture per la costruzione di chip a Shanghai. Questa fabbrica non utilizzerebbe alcuna tecnologia americana, pertanto non potrà essere sottoposta alle regole del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti.

Tuttavia sarà un processo molto lungo, e prima di arrivare a realizzare processori all’avanguardia ci vorrà del tempo. Ma il fatto che la società sia rimasta il secondo produttore di smartphone al mondo durante il terzo trimestre, nonostante il pesante ban, fa capire la forza di questo gigante, che riesce a resistere anche ad uno tsunami di queste proporzioni.


Fonte PhoneArena

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