Meitu, applicazione made in China, sta facendo sollevare dubbi sulla tutela della privacy degli utenti.

Meitu, app di fotoritocco, ha vissuto un vero e proprio boom in Cina, e adesso arriva anche in occidente. La particolarità di questa App dedicata al fotoritocco è quella far sembrare i soggetti come fotografati in versione personaggi di un fumetto giapponese. Numerosi gli effetti particolari – come ‘fiaba’ e ‘angelico’ – oltre alla possibilità di aggiungere sfondi di petali e fiori. Ma i dubbi in merito alla tutela della privacy degli utenti sono tanti.

Cosa accade? Secondo alcuni esperti di sicurezza, sarebbe ingente  e priva di senso la mole di dati raccolti dalla app.

Ma vediamo nel dettaglio. Questa app da record risulta essere stata scaricata su oltre 1,1 miliardi di dispositivi in 26 diverse nazioni. Ancora numeri: oltre 6 miliardi di foto generate ogni mese e 456 milioni di utenti attivi. Se usata bene per i ritocchi, questa App illumina la pelle, elimina le imperfezioni e dona una luminosità unica al volto.

Il problema però è altrove. Agli utenti Android, in fase di installazione, Meitu chiede il permesso di accedere alla fotocamera e alle foto dello smartphone, ma non solo. Si va dal numero di telefono alla posizione geografica, dalle chiamate effettuate e ricevute alle connessioni wi-fi. C’è da dire che non va meglio a chi vuole utilizzare Meitu su iPhone. Qui l’app raccoglie tra i dati anche il nome della compagnia telefonica. Un vero e proprio interrogatorio, un questionario interminabile, insomma.

Immediata la risposta di Meitu di fronte a tali accuse. “L’unico scopo di raccogliere i dati – speiga la società – è ottimizzare il funzionamento della app e capire meglio il coinvolgimento dei consumatori con la pubblicità in-app. Non vendiamo  in alcuna forma i dati degli utenti, e le e informazioni sono raccolte attraverso sistemi di crittografia multilivello su server equipaggiati con firewall avanzati, IDS e protezione IPS per bloccare attacchi esterni”. Siamo davvero al sicuro?