Google col suo Google Play Music All Access, con i suoi perfetti servizi di streaming, sta avendo un grande successo, mentre iRadio di Apple è rallentato da trattative per le licenze ancora in corso.

Secondo le fonti del settore musicale, le lunghe trattative intavolate da Apple potrebbero portare ritardi nella presentazione di iRadio, tanto che potrebbe non essere pronto per il prossimo Worldwide Developers Conference di giugno.

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Il più grande editore musicale del mondo Sony/ATV ha infatti respinto i termini proposti da Apple durante le trattive. The Verge riporta in questi giorni che la BMG Rights Management, il quarto più grande editore, sta rallentando le trattative per mancanza di accordi. Gli addetti ai lavori dicono che c’è ancora molto da trattare per i contratti che stanno dietro ad iRadio, ma alcuni dei maggiori operatori del settore, tra cui Universal Music Group, che è stato il primo a concedere la licenza per il servizio di streaming ad Apple, vogliono velocizzare i tempi di pubblicazione e di rilascio di quest applicazione.

Google invece tramite il suo Google Play Music All Access ha scelto di offrire uno standard di servizio musicale su abbonamento molto simile a quello offerto dalle famose Spotify e Rdio, puntando quindi su dei contratti per le licenze simili a quelli già stipulati da queste ultime aziende. Il nuovo servizio di Google offre infatti la possibilità di ascoltare tutta la musica che si vuole al costo di 9,99 $ al mese.

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Apple, d’altra parte, sta sperimentando una rete ibrida e un servizio radio, andando così ad affrontare la necessità di creare un contratto specifico al fine di gestire le licenze.

Certo negoziati [di Apple] stanno andando per le lunghe” queste sono le dichiarazioni di molti esperti del settore, stessi esperti che sostengono che Google ha avuto una gestione migliore e più semplificata per ottenere le licenze perché ha accettato di pagare degli anticipi ad alcuni dei principali detentori di copyright musicali. Apple ha optato per la scelta di non pagare alcun anticipo, questo ha portato ad un pessimo inizio delle trattative con le case produttrice, ed Apple è stata costretta a ritornare sui suoi passi al fine di  offrire ai produttori una quota di entrate sulle pubblicità, sui pagamenti delle canzoni ed altre garanzie.

Alcune fonti sostengono anche che Apple sia arrivata a pagare ai produttori una quota al fine di poter utilizzare le loro licenze.

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Access Music di Google è anche un modello on-demand, simile a  Spotify, molto redditizio per i produttore musicali, molto più del sistema Pandora a cui si ispira Apple.

Le case discografiche ed editori musicali non vogliono un altro servizio di web radio che porta molta musica fra gli utenti ma pochi guadagni effettivi per i produttori. “E’ molto importante che i nuovi servizi digitali paghino compositori ed editori musicali con una congrua parte del denaro” ha detto David Israelite, presidente della National Music Publishers Association, che non è coinvolto nei negoziati. Israelite continui sostenendo che “Non possiamo ripetere il disastro di Pandora, dove i cantautori guadagnano solamente una piccola frazione del reddito”.

La realtà è che l’industria musicale è felice di vedere aziende come Apple e Google, che hanno fino ad ora si è concentrate sulle vendite dei soli download dei brani musicali, puntare su nuovi metodi e strategie per la diffusione musicale.” La convinzione diffusa dei leader del settore è quella di offrire ai consumatori un accesso illimitato alle canzoni, tramite canoni di abbonamento mensile o tramite la vendita di pubblicità.

Attualmente Spotify è il servizio di abbonamento musicale migliore e più diffuso, l’azienda ha attirato più di 6 milioni di abbonati paganti, consentendo loro di ascoltare qualsiasi brano nella propria libreria in qualsiasi momento, il tutto per 9,99 dollari al mese. Pandora invece, il servizio di radio online che esegue le canzoni in modo casuale, si basa sulla vendita di pubblicità al fine di sostenere i costi e di produrre guadagni.

Ma nessuna di queste aziende genera profitti degni di nota da parte delle grandi case discografiche, profitti che invece potrebbero essere creati tramite i nuovi servizi di Google e prossimamente di Apple.

 

C’è inoltre da considerare il fatto che i servizi di streaming saranno offerti da colossi mondiali che in caso di fallimento potrebbero sopportare le perdite causate dallo scarso successo dei loro servizi.

 

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